Dopo 22 anni

“Ecco, così iniziò la guerra per me. Alla radio, alle otto di sera, annunciata come fosse l’inizio di una trasmissione qualsiasi che ci invitava tutti a occupare i nostri posti collocati nella Repubblica Federale di Jugoslavia, composta allora dal Montenegro e dalla mia Serbia. I posti da occupare erano i sotterranei”.

Questa è una citazione tratta dal libro che ho pubblicato nel 2019, dedicandolo a tutti coloro che nel 1999 cercavano la pace e il sonno sotto il cielo della Serbia. Quella volta non pensavo nemmeno che nuovamente sarei stata costretta a un altro isolamento, a un’altra guerra. Contro il coronavirus. Due anni fa, dopo aver analizzato i miei sentimenti, dopo averli messi su carta, dopo averli rivissuti leggendo tutto quello che per anni mi ha ossessionata, pensavo che, d’ora di poi, avrei ricordato con più facilità quello che era successo vent’anni prima nel mio Paese. Mi sbagliavo di grosso. Ecco, è passato un altro anno da quel giorno funesto, ma l’ingiustizia ancora grida dentro di me e non vuole calmarsi.

Penso che quel sentimento fosse improvvisamente cresciuto dopo che ho scoperto che proprio quella data, il 24 marzo, era stata scelta come Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime. Forse proprio per questo motivo il nome della missione era Angelo della misericordia. Forse proprio per questo tutti i diritti e regolamenti furono svergognatamente trascurati, per mostrare che ad alcuni è lecito farlo.

Ogni 24 marzo, alle otto di sera, io vivo la stessa paura, come se qualcosa di simile stesse per iniziare di nuovo. Forse perché una cosa del genere non finisce mai. Forse perché siamo piccoli, perché “abbiamo costruito la casa al centro della strada” e quindi vogliono distruggerla.

Una cosa, però, la so bene. So che adesso, quando alle sei di pomeriggio spalanco le finestre per sentire la musica nel silenzio generale che ha avvolto l’Italia, io sento più forte la musica che proveniva dai ponti. So che adesso, mentre temo il più comune raffreddore, a dodici anni non avevo paura di guardare gli aerei che avevano osato occupare il mio cielo. So che adesso, quando siamo costretti a rimanere al calore delle nostre case, molti erano stati sfollati dalle case proprie. So che posso e che possiamo se ci rispettiamo, se pensiamo gli uni agli altri, se ci custodiamo. È impossibile, oggi, ricordare quel 24 marzo senza riflettere sulla somiglianza tra l’isolamento di allora e l’isolamento di adesso. Per assurdo, il pericolo che fuggivamo allora e che fuggiamo adesso è uguale. Il pericolo aereo.

Milica Marinković

Romanzo “In serbo” – Serbo per Italiani

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